Asperità domenicali (con antidoto)

«La domenica è dura per tutti», è solito dire un mio amico. So cosa intende, condivido il suo pensiero, perché rimesta nel retaggio scolastico che tutti ci portiamo dietro. L’ombra di quelle domeniche che finivano subito dopo il pranzo, quand’era tacitamente dichiarata la fine del weekend, ché dopo, nello stiracchiato e desolante pomeriggio che marciava a passo spedito verso il lunedì mattina, dilagavano le malinconie, e il presentimento di un’interrogazione a sorpresa ci aggrediva a fauci scoperte. Sono passati anni, e quelle fauci sono ancora lì, più affilate ancora, facendo apparire ridicolo ciò che un tempo ci turbava, ma il risultato è che la domenica pomeriggio continua a essere rovinata. Per chi, poi, fa un lavoro particolare come quello dell’editor – specie di non-lavoro, vai a capire dove finisce il tempo a lui dedicato e dove inizia quello che dovrebbe essere riservato alla Vita – be’, capiamo perché la domenica è spesso una sanguinosa battaglia combattuta nel silenzio della propria coscienza. L’ultima volta, nel mio caso, hanno vinto le forze ribelli. Sorde al motto dittatoriale «Stai sul pezzo», al quale hanno contrapposto un grido libertario: «Basta!».

Basta «La Lettura»! Basta il «Domenicale» del Sole, basta «TTL» che ancora devi sfogliare da ieri, basta «Cult» di Repubblica. Basta con Twitter. Basta con i social. Basta con le riflessioni sul futuro dell’editoria, sullo stato di salute del libro, sul Selfpublishing, su l’e-book che sostituirà la carta, su riformiamo lo Strega! Basta futuro. Basta sfide imposte dal digitale. Basta leggere di come si legge. Leggere l’editoria che parla di sé, di come si fa, di come si farà, di come un tempo si faceva e peccato non sia più così… Chiudo in un cassetto il BlackBerry. Non accendo l’iPad. Al diavolo i salati abbonamenti annuali a Corriere e Repubblica. Qualcuno a casa ha comprato il Sole? Non lo sfoglio. Hai letto Mariarosa Mancuso ieri sul Foglio? Dice che la Grande bellezza bla bla bla. Chiessene. Basta.

Leggo un libro; finalmente rileggo un libro. Sfoglio le prime pagine de I Melrose, di cui mi hanno detto un gran bene. Rileggo uno dei Sillabari di Parise (il n. 3 della lettera A: Altri). Il tempo di un caffè. Bello, bellissimo. Ahhhh… leggo e non comunico. Meglio ancora, non subisco l’eccitazione comunicativa altrui. La frenesia promozionale. La febbre autopromozionale, l’ipertrofia del dibattito perenne su temi che non cambiano mai. Leggo soltanto.

Però non ci riesco, non del tutto. Perché una notizia che non ho letto ma che mi è stata comunicata direttamente, il giorno prima, mi fa riflettere. La notizia è che Matteo Cellini ha vinto il Premio Campiello Opera Prima con il suo esordio Cate, io, targato Fazi.

È una notizia che mi rende felice, felicissimo, perché Cellini è bravo assai, e si merita questo e altro. Sarà perché, all’inizio, pensai l’autore tal quale la sua Cate, una ragazza obesa, e dunque immaginai solitudini, misantropie, sensibilità, delicatezze, tutta una gamma di colpevoli stereotipi che, però, mi procuravano certo sollievo sostituendo la realtà con un immaginario, allontanandomi dall’eco dell’agone internettiano in cui si posizionano strategicamente molti autori o aspiranti tali. Sarà perché poi, conoscendo direttamente Matteo Cellini, mi trovai di fronte a un ragazzo tutt’altro che corpulento, con una vocetta timida, una gestualità che faceva fatica a scavare lo spazio intorno a sé… insomma, l’esatto contrario di Cate… Be’, per questo mi piace l’idea che ad aver vinto un premio così prestigioso sia un outsider vero, non costruito a tavolino. Matteo vive in un minuscolo paesino di montagna, fa l’insegnante in una scuola media, legge, scrive, non frequenta la Rete, non ha un blog, verosimilmente non si preoccupa troppo di e-book, Selfpublishing e altri temi caldi. Cosa leggi?, gli chiesi la prima volta che ci incontrammo. Mi piace Silvio D’Arzo, rispose. Boh, pensai. Ma subito andai a comprarmi la raccolta einaudiana dei raccontini di questo autore non proprio noto al grossissimo pubblico. Rivelazione! Insomma, a volte basta il talento. Solo il talento. A Matteo Cellini è bastato. E quindi, in onore di questo, per oggi, per una domenica, lascio perdere tutto il chiasso (in ordine sparso: ma davvero Cinema = Letteratura – Letteratura? Davvero il «Militante» non deve essere troppo aggiornato? Rete = democrazia o falsa democrazia? Malattia nuovo trend narrativo? Sì, però…) e mi sottraggo alla ciarliera mitraglia alla quale gli addetti ai lavori, consigliano, dovrebbero sempre esporre il petto.

 

Christian Soddu
www.westegg.it


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