Daniel Kehlmann, Fama Romanzo in nove storie

Evidenziato da  Alessandra Petretto

Ma … E’ tutta una finzione?

Invito alla lettura di Daniel Kehlmann

(Noi siamo sempre dentro delle storie …

Storie dentro storie.

Non si sa mai dove

finisce l’una e inizia l’altra.

Nella realtà sono tutte intrecciate.

Solo nei libri la separazione è netta.

– Fama, p. 150)

Un romanzo da salvare tra quelli editi in Italia nell’anno appena concluso è di certo Fama. Romanzo in nove storie (Feltrinelli 2010; tit. or. Ruhm. Ein Roman in neun Geschichten, Hamburg 2009), del giovane scrittore austro-tedesco Daniel Kehlmann (Monaco di Baviera 1975). Si tratta di un’opera di ambigua definizione: secondo il titolo e gli intenti dell’Autore è un romanzo formato da nove capitoli che è possibile gustare con facile lettura, ma si configura anche come una serie di racconti legati da indizi sottilissimi perché disseminati con apparente noncuranza nel tessuto narrativo, in cui ciascun episodio ha piena autonomia a prescindere dall’insieme.

In verità Kehlmann è noto in Italia e all’estero soprattutto per il romanzo di inquadramento storico dal titolo La misura del mondo (Feltrinelli 2006; tit. or. Die Vermessung der Welt, Reinbeck 2005) nel quale ha ricostruito con levità e precisione le vicende personali e i caratteri di Carl Friedrich Gauss e Alexander von Humboldt, due personaggi centrali nella cultura scientifica tedesca del tardo illuminismo, sottoposti ad un processo di umanizzazione che li restituisce al lettore nella loro problematicità di individui, prima che di scienziati. Fama invece presenta personaggi e storie attuali, collocati in un contesto fortemente condizionato dall’uso diuturno della tecnologia: il computer, Internet, l’onnipresente telefono cellulare, anziché annullare le distanze e favorire i processi di comunicazione, scavano abissi incolmabili e incrinano l’idea della solidità dell’individuo e della realtà in cui egli si muove:

“Strano che la tecnologia ci abbia collocati in un mondo senza luoghi certi. Si parla di un non-luogo, si può essere dappertutto, e visto che non si può controllare nulla, qualsiasi cosa si immagini, in fondo, diventa anche vera. Se nessuno può dimostrarmi dove sono, se perfino io non ne sono assolutamente certo, dove può essere l’istanza che decide? Luoghi reali e definiti nello spazio esistevano veramente solo prima che possedessimo piccole radiotrasmittenti e scrivessimo lettere che arrivano nell’istante stesso in cui le spediamo”. (Fama, p. 128)

E’ un romanzo polifonico, nel senso bachtiano del termine, in cui Kehlmann riflette ancora sul rapporto tra realtà e finzione, tra ordine, caso e caos, oggetto di indagine anche nel precedente novel E’ tutta una finzione (Feltrinelli 2007), titolo italiano efficace e di libera traduzione rispetto all’originale tedesco Beerholms Vorstellung (Wien 1997). In questo breve scritto, il protagonista Arthur Beerholm è apparentemente un prestidigitatore, in realtà un moderno mago (come fu storicamente Agrippa von Nettesheim ma anche come è stato sia pure solo letterariamente Merlino, richiamato a più riprese nel testo), che cerca di individuare i nascosti nessi tra spirito e materia per piegare la seconda ai dettami del primo.

Nell’episodio di apertura di Fama, intitolato Voci, il protagonista Ebling incarna una tipologia di personaggio cara a Kehlmann e già proposta in modo sfaccettato nella raccolta di racconti Sotto il sole (Voland 2008; tit. or. Unter der Sonne, Wien 1997; KritikFastenzeit, Frankfurt am Main 2000), ossia l’individuo in apparenza assuefatto alla routine quotidiana che, per un serie di circostanze casuali e causali, acquista progressiva consapevolezza della latente insoddisfazione nei confronti della propria grigia esistenza, cui tenta, disperatamente, di sfuggire. Per un errore del gestore di telefonia mobile, Ebling condivide lo stesso numero di cellulare del divo del grande schermo Ralf Tanner (a sua volta protagonista di un episodio, e quindi elemento di raccordo all’insieme), così da essere bersagliato da una serie di telefonate che lo mettono a contatto con voci di uomini e donne dello star system: si insinua nella sua quotidianità l’ebbrezza di un altro mondo, più ricco e dinamico, sebbene inautentico, ed egli per poco finge di essere un altro, assumendone, sia pure soltanto per telefono, l’identità. Il finale è tronco e, insieme, aperto, così come quello dei racconti successivi.

La ricerca di un’identità sostitutiva, prima inconsapevole, poi fortemente voluta, caratterizza il racconto incentrato proprio su Ralf Tanner, che “si sentiva irreale” (p. 61) e ingabbiato in una dimensione esistenziale alienata e inconsistente. Per dribblare un ammiratore incalzante, afferma di essere un imitatore di se stesso, ed in principio veste questi panni in un locale di infimo ordine, senza riscuotere – paradossalmente – grande successo. Cerca un’altra casa, assume un altro nome (diventa Matthias Wagner … come da copione pirandelliano) e allorché, per un incomprensibile meccanismo, vede un altro Ralf Tanner prendere il suo posto nella villa, tra gli amici, sul set, può finalmente affermare di essere libero, di aver trovato – è il titolo dell’episodio – La via di scampo.

Un ulteriore elemento di raccordo tra i vari testi è la citazione delle opere letterarie di Miguel Auristos Blancos, lo scrittore a sua volta protagonista del capitolo n. 6 intitolato Risposta alla badessa. In quasi tutti i nove racconti ricorre il nome di questo autore di manuali che gli altri personaggi leggono o vedono sugli scaffali delle librerie o nelle edicole, intrisi di spiritualità a buon mercato volta a facilitare un percorso interiore. La descrizione di Blancos (“lo scrittore osannato da metà del pianeta e moderatamente disprezzato dall’altra” – p. 91, brasiliano, in perfetta forma fisica, sessantenne, di bianco lino vestito) può alludere ironicamente a un noto romanziere contemporaneo, vero e proprio guru per i guerrieri della luce che intendano affrontare il personale “camino di Santiago” … o almeno la tentazione di interpretarlo in questa direzione è fortissima. Ma il personaggio è esente da tratti caricaturali o polemici, anzi è connotato da un’amara disillusione che nega la concezione ottimistica del migliore dei mondi possibili, offerta al suo avido e sterminato pubblico, e che segna la sua crisi: il successo e la fama non hanno dato un senso all’esistenza ed egli, ogni sera, punta tremante contro di sé una pistola carica, per smentire tutto ciò che ha sempre sostenuto. O forse, per provare ancora un’emozione.

E’ interessante quanto evidente il fatto che in Fama siano presenti altre due figure di scrittori, oltre al già citato Blancos, ossia Maria Rubinstein e Leo Richter: del secondo capitolo In pericolo (nonché di quello conclusivo che riporta il medesimo titolo) è protagonista proprio questo ultimo, che scrive “racconti ingarbugliati, pieni di riflessioni e svolte inaspettate, brillanti ma leggermente sterili” (p. 24), il personaggio ideologico centrale perché è, in fondo, una parziale proiezione nell’opera dello stesso Kehlmann. Inoltre è l’autore di secondo grado che crea tutti gli episodi: è lui che plasma l’eroina Lara Gaspard sulla sua amante Elizabeth e la rende nipote di Rosalie, protagonista del racconto n. 3 Rosalie va a morire; è lui che insieme ad Elizabeth condivide un’avventura proprio con Lara Gaspard in un’Africa prostrata dalla guerra; è inoltre perseguitato in Un contributo alla discussione (il testo n. 7) da un suo personaggio, Mollowitz, che ambisce ispirarlo per diventare sua creatura in un racconto e poter così incontrare ancora Lara Gaspard; è lui che preme per mandare ad un convegno in sua vece la collega giallista Maria Rubinstein (di cui, ovviamente, scrive la storia narrata nel capitolo Est), destinata a smarrirsi per sempre in uno stato imprecisato dell’ex URSS, nell’Asia centrale. E’ lui, infine, che crea il personaggio di Miguel Auristos Blancos … Leo Richter, è, dunque, autore e insieme personaggio dei suoi racconti. Questo comporta una sovrapposizione di piani, una intersezione della finzione letteraria 1, della finzione letteraria 2, e della realtà, tale che si confondono lentamente ed inesorabilmente i confini tra mondo letterario e mondo reale. Esistono la realtà dell’autore Kehlmann, la realtà dell’autore Richter, e il romanzo creato da entrambi. Ma quale è la realtà e quale è la finzione? Forse la realtà è finzione come finzione è l’opera letteraria? (“Forse non stiamo volando, forse non siamo affatto qui. Tutta una finzione” afferma proprio Leo Richter, durante un trasferimento in aereo, p. 26) O forse la letteratura, fittizia per eccellenza, non è tale ma è invece l’unica realtà possibile e lo scrittore è un demiurgo che modella il mondo dei suoi personaggi per poi immergersi in esso, senza peraltro poterlo controllare totalmente. In Rosalie va a morire, l’anziana protagonista scopre di essere malata terminale e decide di ricorrere all’eutanasia praticata in una clinica svizzera, prima che il dolore la annienti. La voce narrante la presenta in questi termini: “E’ la più intelligente di tutti i miei personaggi” (p. 41) e in lei ha una interlocutrice perché Rosalie chiede disperatamente all’autore di compiere il miracolo e di salvarla, per creare quella svolta inaspettata che le consenta di vivere ancora:

“Eppure non riesce completamente ad abbandonarsi al suo destino. Perciò alle prime luci dell’alba si rivolge a me, implorandomi misericordia. Rosalie, questo non è in mio potere. Non posso farlo. Certo che puoi! Questa storia è tua. Ma parla del tuo ultimo viaggio. Se non lo facessi non avrei niente da raccontare su di te. La storia … Potrebbe avere una svolta! Non saprei quale. Non per te” (p. 43).

“Nel taxi che la porta all’aeroporto (…) ci riprova. Non c’è proprio nessuna possibilità? mi chiede. E’ pur sempre tutto nelle tue mani. Lasciami vivere. Non è possibile, rispondo irritato. Rosalie, quello che ti sta succedendo è il tuo fine. E’ per questo che ti ho inventata, In teoria forse potrei intervenire, ma allora non avrebbe più senso. (…) Chiacchiere. Prima o poi toccherà anche a te e sarai costretto ad implorare come sto facendo io. Ma è diverso! E non capirai perché per te non si possa fare un’eccezione. Non sono cose paragonabili. Tu sei una mia invenzione ed io esisto … Cosa? Io esisto davvero” (p. 50).

Nonostante le resistenze, alla fine l’autore Leo Richter cede e salva Rosalie, ma la guarigione e, insieme, il ringiovanimento della donna, comportano la sua fine come personaggio, ovvero il suo rapido dissolvimento dato che la storia creata intorno a lei non ha più motivo di esistere e di svilupparsi. Perché questa scelta? Nel racconto si inserisce una variabile che l’autore Richter non sa controllare, sotto forma di comparsa non prevista: creata da chi? Il personaggio, come un deus ex machina, appare “autonomamente” nel tessuto narrativo per accompagnare Rosalie alla clinica, in veste di improbabile tassista (“mi inquieta molto non avere la più pallida idea di chi sia il tizio al volante, chi l’ha inventato e come sia finito nella mia storia”, afferma la voce narrante, p. 55); inoltre comparirà alla guida di un taxi e con identica fisionomia anche in un altro episodio, Come ho mentito e sono morto, relazionandosi col protagonista-voce narrante e sostenendo di sapere quasi tutto su di lui e sulla sua doppia vita (due case, due donne, due identità, insomma). E’ forse emblema dell’autore/narratore di primo grado del romanzo, Kehlmann, o un suo uno strumento di controllo sull’autore/narratore di secondo grado, ossia Richter, il quale pare rivendicare una propria indipendenza e libertà creativa, impossibile da ottenere. E difatti Elizabeth nell’ultimo episodio lo definisce “un dio di seconda classe” (p. 151). Richter stesso, in fondo, è perfettamente consapevole della propria condizione eteronoma e immaginaria allorché afferma: “come Rosalie, infatti, anch’io non riesco a immaginare di non essere niente senza l’attenzione di un altro, addirittura che la mia esistenza solo in parte reale termini appena l’altro allontana il suo sguardo da me” (p. 59). Attraverso lui parla Kehlmann: senza il lettore, di fatto, lo scrittore non esiste.

EVIDENZIATO da Alessandra Petretto del libro di Daniel Kehlmann, Fama  Romanzo in nove storie, editore Feltrinelli 2010

 

sweets dreems

(1961)

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