Di parole mi occupo

Si può usare facebook come un blog, no? E allora, come un blog… di parole mi occupo, una riflessione su precarietà e stabilità, e la mancanza spietata di politiche culturali.

Di parole mi occupo, non di politica.
Però me ne occupo da tanto tempo che, le parole, quelle, ormai le conosco. So quando nascondono e quando coprono, quando sono dolorose o quando servono per rimuovere.
Mi fanno ridere, certe parole. Ridere disperatamente.
Per esempio, due parole mi paiono stare lì, nell’anticamera del futuro, curve su se stesse. E sono stabilità e precariato. Buffo: sono parenti, e sono l’una il contrario dell’altra. Ché un equilibro, per dire, o è stabile, o è precario. Oppure è indifferente, è statica, mica politica.

Foto: Catalogue.museogalileo.it

Ma non mi occupo di fisica, o di statica, di parole mi occupo.
Allora, le parole del nostro paese, quando parlano di cultura, da un po’ di tempo a questa parte, non rimandano a ideali: no, ammiccano a equilibri. Parole come “effimero”, “di lunga durata”, “decadenza”, loro, quelle parole, tutte nell’anticamera.
Ed è successa una cosa strana: quando si è iniziato a parlare di statica economica, di artifici contabili per migliorare il bilancio, si è introdotta la soluzione del precariato – il personale si trova per ogni progetto, ma non si assume; gli spazi culturali (i teatri, le biblioteche) si aprono, ma facendo appalti. Io mi occupo di parole: ma mi aspettavo che l’amministrazione “amministrasse”, che il governo “governasse”, che qualcuno insomma pensasse alla direzione che si stava prendendo. No, da un certo punto in poi i servizi non si sono più progettati, ma solo “erogati”.
Come se cose importanti, che una biblioteca è importante in un paese, è il granaio dove si tengono le riserve per gli inverni individuali e collettivi, dove si costruisce il nostro futuro, mica lo si aspetta in anticamera; che un teatro è importante, un museo, una compagnia di danza, un monumento, è importante; come se queste cose importanti, dicevo, non fossero da gestire, o da pensare: ma solo da erogare.
Di parole mi occupo: ma temo che queste parole sciatte, casuali, che paiono tecniche, queste parole, abbiamo iniziato a usarle. Ma senza sapere che pensiero c’era dietro.
Ci siamo rimboccati le maniche in tanti, perché c’era da fare, e c’erano da fare cose che avevamo a cuore. Precari, instabili, lavoravamo.
E a un certo punto, tutto il sistema culturale pubblico si basava su convenzioni, appalti, persone che erogavano servizi. Tutto, sì: da qualche parte di più, da qualche altra parte di meno. Però ovunque.
E poi arrivava il patto di stabilità, o qualche altra cosa prima, o qualcos’altro dopo. E i soldi (che quelli, sì, si erogano, almeno dove le parole fanno il loro lavoro a tempo indeterminato), non c’erano più, e arrivavano dopo. E alcune cooperative si consorziavano, altre si indebitavano in modo più o meno lecito e legittimo. E i lavoratori venivano pagati un po’ meno, un po’ meno regolarmente, tirando avanti, rimboccandosi le maniche, perché c’era da fare.
Questo meccanismo, perché è un meccanismo, si sta inceppando, ovunque: basta che da qualche parte saltino i pagamenti per un po’; o che si blocchi una gara; o che la conseguenza di scelte contabilmente illegittime arrivi a bilancio. Succede qualcosa e le cose si bloccano. Patto di stabilità, precario, l’equilibrio crolla.
Adesso, siamo qui. Possiamo rimboccarci ancora una volta le maniche, e fare cose che abbiamo a cuore, e andare avanti – qualcuno perderà il posto di lavoro, qualcuno perderà qualche diritto, ma andremo ancora un po’ avanti. Oppure, potremmo chiedere che l’amministrazione amministri, che il governo governi: che le cose si facciano ridando ai lavoratori la dignità del loro futuro, e ridando alle città e ai paesi la cultura, nelle sue varie forme. O che, se la si toglie, lo si faccia con coraggio, dicendo che non è un problema di cassa, ma che si ha in mente altro.
Però io non mi occupo di politica, mi occupo di parole.
Vorrei che ci fosse una politica, e sento solo parole. Usate male.

Beniamino Sidoti

 

(1088)

Please like & share:

Un commento

Lascia un commento