Dieci accenti da domare

Sfuggono da tutte le parti questi accenti, e questi apostrofi pestiferi. Le regole ci sono: dettate dalla grammatica, ribadite dalle norme redazionali delle case editrici. Eppure, quando l’editor legge un manoscritto, sono queste le buche su cui sobbalza più spesso: l’accento mancato o sbagliato, l’apostrofo a sproposito.

Gravi o acuti, elisioni o troncamenti (apocope, che brutta parola, da esorcizzare col dizionario!), eccoli qua gli errori più comuni:

  1. perché, non perchè: accento acuto, non grave. In italiano esistono sette vocali: a (aperta), è (aperta), é (chiusa), i (chiusa), ò (aperta), ó (chiusa), u (chiusa).
  2. Idem per finché, giacché e simili: l’accento è sempre acuto.
  3. Quello su ché (nel senso di perché o affinché) è un accento distintivo, obbligatorio se vogliamo far capire la differenza col che relativo.
  4. avverbio affermativo vuole sempre l’accento, che lo distingue dalla particella pronominale si e dalla nota musicale.
  5. Nei composti di re, tre, su e blu l’accento va sempre indicato: viceré, ventitré, lassù, rossoblù.
  6. Così anche nella parole composte il cui secondo membro è monosillabo: autogrù, oltrepò, tiramisù.
  7. , verbo indicativo, si accenta sempre per distinguerlo dalla particella pronominale da. Ed è diverso rispetto a da’ imperativo, che risulta da un troncamento, come fa’ (fa’ vedere), sta’ (sta’ buono) eccetera. In particolare apostrofiamo di’ (sta per dici – imperativo) per distinguerlo da (nel senso di giorno).
  8. Molti accentano il do, presente indicativo, ma non ce n’è alcun bisogno perché è impossibile confonderlo in una frase con la nota musicale.
  9. E ancora: po’ (per poco), mo’ (per modo), be’ (per bene, tanto caro ai dialoghi, anche se molti linguisti ammettono la forma beh), sono casi in cui l’apostrofo segnala il troncamento della parola originale; apostrofo che però in generale non è richiesto. Il caso più tipico? Qual è, da scriversi sempre senza apostrofo.
  10. Né questo né quello. Accento acuto sempre sulla congiunzione, mai l’accento su ne pronome o avverbio.

Ultima nota su una questioncella semi-dialettale, l’ormai diffuso cià (accentato) romano. È invalso l’uso di scrivere c’ha, forma che non corrisponde però alla pronuncia (suona come ka). Belli e Trilussa usavano la grafia più funzionale. E anche il milanesissimo – nonché belliano – Gadda scriveva cià, ciavemo. Seguiamo Gadda. Detto questo, Leopardi se ne frega (può permetterselo, tra i fasti della grafia ottocentesca non normalizzata), e scrive sempre perchè con l’accento grave. Nessuno, nelle edizioni contemporanee, si azzarderebbe a rettificarlo. Il grande scrittore riesce a sollevarsi oltre i flussi storici delle grammatiche: incatena a sé (con l’accento acuto) la propria lingua, non il contrario.

A cura di Christian Soddu e West Egg Editing, agenzia di editing e intermediazione editoriale.

Fonte: Agenda letteraria Libridinosa 2015, 10 Righe dai libri.

A breve vi daremo notizie dell’agenda letteraria 2016 in preparazione… : )

 

(2156)

Lascia un commento