Lettura e spazzatura

di Beniamino Sidoti

Pensavo, stamattina, che ciascuno di noi ha probabilmente dedicato una buona fetta della propria esistenza a ragionare sulla raccolta differenziata: nei condomini in cui ho abitato è sempre stato argomento di discussione, diciamo non fraterna. Credo che a proposito non esistano canzoni di Bruce Springsteen o di Leonard Cohen, ma di Elio e le Storie Tese sì. Insomma, la spazzatura è una buona misura delle politiche sociali e delle risposte individuali: a volte anche di una incapacità politica che trasforma impotenze e incompetenze dei vertici in deliri della base, del pubblico, della gente.

Dove sto io, a Pavia, il Comune non sta riuscendo a comunicare molto bene, per usare un eufemismo, come si debba differenziare. Per spingere le persone a collaborare, dopo aver fatto regole assurde e aver convocato delle assemblee pubbliche per spiegare a tutti (cioè a chi alle 20.30 andava all’assemblea) cosa dovevano fare, adesso l’amministrazione minaccia multe. Il risultato, tondo, chiaro e immediato, è che dentro il mio condominio adesso tutti spiamo l’altrui rudo (come si chiama qui: monnezza, rusco, sudicio… la spazzatura è una cosa domestica e quindi ha nomi dialettali); e noi condomini diamo la colpa ai vecchi, o agli stranieri, o agli studenti.

Sì: la raccolta della spazzatura è un meraviglioso specchietto delle politiche sociali e delle risposte individuali. In altri tempi saremmo stati sicuri che Dreyfus mischiasse l’umido con la carta, che Vanzetti usasse un sacco per la raccolta del vetro, che Gramsci non tenesse da parte l’olio esausto.
Ogni epoca ha i suoi colpevoli.

Torniamo all’amministrazione, alla spazzatura. Una buona raccolta differenziata deve contare su una serie di cose che dipendono dall’amministrazione locale, dall’ente locale che gestisce la raccolta, dalla legislazione nazionale, dal grado di civiltà diffuso.

E allora, per far vedere che questo è un discorso serio, faccio un elenco con i puntini. Voi immaginatevelo su Powerpoint o su Excel.
Dove funziona, la raccolta differenziata, dunque, conta su alcune cose:

• una buona legislazione
• il grado di civiltà diffuso
• la capacità dell’amministrazione di organizzare il servizio in modo semplice e comprensibile
• campagne di comunicazione che facciano sentire tutti coinvolti e non colpevoli
• l’investimento economico (non si cambiano le abitudini a gratis)
• la soddisfazione che dà una risposta immediata a un cambio di abitudini
• il fatto che esistano interlocutori competenti nello specifico del servizio
• la responsabilità dell’amministrazione, che non si macchia con appalti poco chiari o con pasticci incomprensibili
• il coinvolgimento e le responsabilità del settore produttivo, degli imprenditori, con gli obblighi che riguardano per esempio alcuni smaltimenti o l’uso degli imballaggi
• l’attenzione e il rispetto non tanto per le abitudini quanto per le necessità individuali
• il collegamento a una più vasta esperienza di vita

Ecco, penso, pensavo stamattina che i fallimenti e i successi delle campagne sulla gestione dei rifiuti dovrebbero insegnarci qualcosa, con la loro storia ventennale, sul modo in cui si dovrebbero affrontare attività di interesse pubblico.

Poi, ho immaginato: mettiamo che si possa percepire davvero che il calo continuo degli indici di lettura in Italia venga finalmente percepito come una emergenza; che ci si renda conto che c’è un’emergenza analfabetismo, e che non riguarda solo chi con la cultura vive, ma un intero Paese che senza cultura muore.

E ho immaginato: perché non pensare alla promozione della lettura come se fosse un problema di spazzatura? Con rispetto parlando, eh. Non sto parlando degli ultimi bestseller: è un ragionamento serio, questo.

Allora: se, per assurdo, la lettura venisse affrontata imponendo orari stravaganti, fornendo solo titoli colpevolizzanti, ignorando gli interlocutori competenti, rendendo le biblioteche edifici difficilmente raggiungibili, tagliando invece che investendo… ecco, se per assurdo fosse così, ci troveremmo in piena emergenza.

Invece, in concreto, perché non affrontiamo anche questo problema con la stessa serietà con cui pensiamo, giustamente, ai rifiuti che produciamo?
Ripercorro l’elenco di punti di prima:
• una buona legislazione – che ci sia un progetto nazionale per la lettura, chiaro e con un budget adeguato
• il grado di civiltà diffuso – promuovere e dialogare con chi già legge, offrendogli occasioni di incontro e di confronto
• la capacità dell’amministrazione di organizzare il servizio in modo semplice e comprensibile – aprire le biblioteche più che si può, tutti i giorni; distinguere ciò che fa una biblioteca da ciò che fa una scuola, un baby parking, un ufficio informazioni; difendere lo specifico della biblioteca e dei bibliotecari, che non siano sussidiari ad altri servizi
• la capacità delle campagne di comunicazione di far sentire tutti coinvolti e non colpevoli –investire su una varietà di titoli, non pensare che stiamo “educando” ma che stiamo aprendo un mondo di libertà; scardinare l’idea che la biblioteca sia espressione di un’elite (locale o nazionale) che di libri si occupa; far sì che il servizio si rivolga a tutti, compresi bambini e ragazzi, non solo bambini e ragazzi
• l’investimento economico (non si cambiano le abitudini a gratis) – sì, pagare: perché merita
• la soddisfazione che dà una risposta immediata a un cambio di abitudini – far sì che a un’iscrizione in biblioteca seguano occasioni di incontro e di confronto
• il fatto che esistano interlocutori competenti nello specifico del servizio – in biblioteca ma non solo: persone dedicate e preparate, abituate non solo a catalogare, ma a dialogare
• la responsabilità dell’amministrazione, che non si macchia con appalti poco chiari o con pasticci incomprensibili – beh, tanto i soldi non ci sono, diremo: ma anche dove ci sono, vanno gestiti responsabilmente, in modo che si senta una felice responsabilità collettiva
• il coinvolgimento e le responsabilità del settore produttivo, degli imprenditori, con gli obblighi che riguardano per esempio alcuni smaltimenti o l’uso degli imballaggi – non solo a livello locale, ma a livello nazionale: promuovere, anche per legge, delle iniziative che favoriscano il dialogo tra biblioteche e operatori economici, anziché ostacolarlo
• l’attenzione e il rispetto non tanto per le abitudini quanto per le necessità individuali – a livello locale, operatori validi; a livello nazionale, politiche culturali
• il collegamento a una più vasta esperienza di vita – perché gli spazi dove si fa cultura in Italia sono rimasti spesso gli unici spazi di socializzazione pubblica, e la vita che ci entra dentro va valorizzata: lo vediamo ogni giorno, ovunque… se non ci fossero biblioteche, teatri, cinema, luoghi per corsi e incontri, le persone starebbero solo a casa o frequenterebbero attività valutate sul rendimento dei singoli (lo sport, per come viene spesso inteso); e dove non ci sono biblioteche, teatri, cinema… questo sta già accadendo

Per lo smaltimento dei rifiuti si è fatto tanto: l’argomento ha condizionato elezioni locali e nazionali, richiami europei e interventi legislativi. Lo abbiamo fatto per i rifiuti, perché andava fatto, perché ne andava del nostro futuro.
E anche perché un’emergenza spazzatura è evidente, maleodorante, umiliante.
La mancanza di cultura, la mancanza di luoghi per la cultura, sta diventando un’emergenza nazionale: forse meno evidente, meno maleodorante, meno umiliante, ma più infida. Perché, come in tanti altri campi, scarica sui singoli mancanze sociali – la mancanza di cultura (di cultura come cosa viva, come occasione di incontro e di scambio, come necessità e non come prestigio), la mancanza di cultura si traduce in disastri locali, in tragedie individuali.
Poi, potremo dare la colpa a internet, ai giochi di ruolo, ai reality show, ai telefonini, al videopoker, a un’epidemia di autismo… la verità è che potremmo pensare politiche culturali, e non lo stiamo facendo.

Beniamino Sidoti

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